


Ha senso parlare di decrescita in Africa? E' l'ennesimo tentativo di "esportare" paradigmi validi per l'opulenza occidentale o è un tentativo di mettere in guardia l'Africa sull'impatto devastante del nostro modello di sviluppo? Come far conciliare il desiderio di sviluppo della società africana con la necessità di uno sviluppo diverso dal nostro?


Quando si parla di
Fabri - Sab, 06/06/2009 - 20:47Esperto
Quando si parla di "decrescita" per l'Africa non si puo` tralasciare il fondamentale fatto che decrescita per l'Africa deve voler dire, in primo luogo, una strada verso il benessere ma che si differenzi dalla "crescita economica" tipicamente occidentale (per la quale spesso non esiste nemmeno una traduzione nelle lingue locali) nel rispetto all'ambiente e alle culture, e soprattutto che, se all'Africa si vogliono davvero garantire certe possibilita`, e` necessaria una diminuzione dell'obesita` dell'Occidente tutto.
Ciao,
Fab.
mail su decrescita e paesi in via di sviluppo
franmax - Ven, 05/06/2009 - 02:01Esperto
Salve!
Mi sono appena registrato su ZOES. E voglio iniziare rispondendo al quesito inoltrando questa mail che ho ricevuto mesi fa, sull'argomento decrescita e paesi poveri.
Ciao!
Franmax
Inoltro questo
interessantissimo articolo di Aldo Zanchetta sul concetto di Buen Vivir
indigeno che entra in contrasto assoluto con la concezione di sviluppo
occidentale. Possiamo dire che ancora una volta le popolazione indigene
hanno trovato un nome per esprimere un modo di vivere auspicabile
alternativo e forse più appropriato a quello di "decrescita" del nostro
caro Latouche.
Qui leggi l'articolo dal sito di Yaku
SVILUPPO,
DECRESCITA E “BUEN VIVIR”
Nel dibattito sulla “decrescita” una
delle obiezioni frequenti, fatta spesso da persone preoccupate di
difendere le
opinioni di persone della Periferia, perchè fatta propria
anche da leaders
politici di questa area abbacinati dallo
“sviluppiamo”, è che il programma
della decrescita, giusto oggi per noi
che abbiamo “ecceduto”, penalizzerebbe i
cosiddetti paesi “in via di
sviluppo” e “sottosviluppati”. Devo dire che questa
obiezione non mi
convince e non ho sentito a questa risposte convincenti, anche
se è
vero che molti anche nella periferia continuano a credere nello
sviluppo e
reclamano la loro parte. In realtà questa obiezione nasce
dalla prospettiva
della inevitabilità del nostro modello di sviluppo
per tutti i popoli, oggi
magari in misura “sostenibile”. L’ errore di
prospettiva è proprio quello di
considerare il nostro modello di
sviluppo come universale e insostituibile (i
meno giovani ricorderanno
il bestseller dell’ epoca d’oro dello sviluppo
: I cinque stadi dello
sviluppo economico di W. Rostow).
L’ unica risposta convincente
all’
obiezione non può che venire dai diretti interessati. Per questo
mi sembra
importante cercare di condensare un interessante intervento
di Roberto
Espinoza, indigeno della Caoi (Coordinadora andina de
organizaciones
indigenas), nel tavolo dedicato al tema “Diversità e
cambio civilizzatorio.
L’ America latina del XXI secolo” nel III Forum
delle Americhe (Città del
Guatemala, 7-12 ottobre 2008). Ecco in breve
una sintesi incompleta di alcuni
punti dell’ intervento.
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RobertoEspinoza [1]
Respingo decisamente l’ idea
occidentale di “sviluppo”, fonte di
politiche ingannevoli proprio a danno dei
paesi della periferia. No
allo sviluppo, no a quello “umano” come a quello “sostenibile”
o
comunque si voglia chiamarlo. All’ idea di sviluppo noi
controproponiamo l’
ideale del “buen vivir”. Cerchiamo di vedere alcuni
elementi di questo
concetto:
L’ idea del “buen vivir” è presente in
molte culture
indigene del mondo, ben prima della proposta
occidentale dello “sviluppo”
e ad essa si ispirano oggi le
migliori esperienze indigene e campesine
dell’ America latina[2].
Buen vivir significa un rapporto equilibrato con la Pachamama, la
madre
terra. A tal fine ogni progetto di crescita economica
elaborato dai
governi deve essere sottoposto alla consultazione
dei popoli
territorialmente coinvolti, e le decisioni devono tener
presente il
“principio di precauzione”.
Il ben vivere
presuppone una relazione di reciprocità
fra le persone e non la
sfrenata competizione individualista
Il ben vivere è contrario alla
mercantilizzazione dei
beni naturali (territori e risorse
fondamentali in essi ubicati), e
richiede una sospensione
operativa dei progetti quando i loro effetti
sulla vita delle
persone e sul territorio non sono ben chiari (principio
di
precauzione). Certamente alcune merci devono essere mercantilizzate, ma
non tutte le merci sono necessarie. Noi vogliamo rispettato il
diritto di
scegliere ciò di cui abbiamo necessità dal mercato. Ma
i beni naturali
sono beni comuni e non possono essere mai
mercantilizzati.
Il territorio è una realtà vivente e unitaria, da
rispettare in quanto tale, nel suo insieme. Per cui ogni
alterazione deve
essere discussa dagli interessati e sottoposta
alla loro decisione.
Nostro compito oggi è riscattare i
conoscimenti
indigeni che sono basati su una visione olistica
della vita e della
natura.
Nel quadro delle attività
economiche la valorizzazione
delle economie locali è prioritaria.
L’ acqua è un bene comune primario e se ne deve
garantire a
ciascuno una quantità necessaria e gratuita.
Elemento fondamentale
del ben vivere è il rispetto per
la Pachamama, la terra, la
natura.
Nel ben vivere, la diversità, sia biologica che
culturale, deve essere vissuta come ricchezza e non come problema.
Se questi sono alcuni contenuti del
ben vivere, essi vanno tradotti in
una prospettiva politica all’ interno di
stati plurinazionali
comunitari. Alcune possibili indicazioni sono:
Accanto ai diritti
individuali delle persone si devono
riconoscere i diritti
comunitari collettivi.
Ne discende che devono esistere ed essere
accettate
forme di partecipazione politica che non siano limitate
ai soli modelli
occidentali. (Ad es. nelle comunità indigene che
hanno conservato la
propria organizzazione vige il principio delle
decisioni prese per
consenso e non per voto col meccanismo
maggioranza-minoranza – nds)
L’ obbiettivo da perseguire e tradurre
in forme di
governo locale eb nazionale non è la conquista del
potere ma l’
introduzione di forme di gestione comunitarie del
potere.
No alla statalizzazione delle risorse, si alla loro
gestione con autogoverno comunitario.
La definizione di una
organizzazione statale basata su
3 livelli di autonomia: autonomia
locale, autonomia regionale, autonomia
intercomunitaria urbana con
partecipazione degli immigrati urbani (questo
ultimo punto mi
sembra debba essere chiarito meglio– nds).
Introduzione delle
regole indigene del “comandare
obbedendo” e quindi del “principio
di revoca” del mandato. (Come noto
nelle comunità di cui sopra
prima si decidono le cose da fare poi si
designano i responsabili.
Se questi non “comandano obbedendo” al mandato
ricevuto, l’
assemblea li revoca – nds).
Superamento del razzismo tecnologico,
ontologico ed
epistemologico (idem, da sviluppare meglio).
No
all’ uso della violenza anche quando questa risulta
finalizzata a
superare gravi ingiustizie. La violenza è una falsa
soluzione dei
problemi.
Oggi siamo di fronte a una crisi
profonda dello Stato e
questo offre una opportunità per cambiare i paradigmi
dello “sviluppo”
con quelli del “buen vivir”.
Questo in estrema sintesi il
contenuto dell’ intervento di Roberto Espinoza, che ringraziamo per
avere
accettato di chiarire e ampliare il suo breve intervento in un
successivo
contatto scritto. Come riflessione personale penso che l’
uso della espressione
“decrescita” che crea rigetti impulsivi non sia
stata indovinata, nonostante la
sua successivamente aggettivazione
“felice”. Una espressione come “ben vivere”
mi sembra più azzeccata e
ben recepibile, anche se ci rendiamo conto che una
espressione, una
volta che sia usata diffusamente, sia difficile da modificare.
Torneremo quanto prima su questi temi ampliandoli e approfondendoli.
Notiamo
solo che l’ espressione “buen vivir” sta trovando sempre più
spazio sia grazie
al Presidente boliviano Morales il quale la usa e ne
indica alcuni contenuti
politici nei suoi incontri di capo si stato,
sia, ora, con l’ introduzione
nella nuova Costituzione ecuadoriana.
E’ probabile che l’ accademia ufficiale, soprattutto quella
del nord,
sorrida con condiscendenza, nel esaminando il concetto del
buen vivir e che lo consideri come un fatto
anedottico della politica
latinoamericana. Non vi è dubbio che al momento
questa è l’ unica
alternativa al discorso neoliberista dello sviluppo e della
crescita
economica, perché la nozione del sumak kawsay[3]
è la possibilità di
vincolare l’ uomo alla natura in una visione di rispetto,
perché è l’
opportunità di restituire l’ etica
alla convivenza umana, perché è
necessario un nuovo contratto sociale in cui
l’ unità possa convivere
nella diversità, perché è la possibilità di opporsi
alla violenza del
sistema. Sumak kawsay è l’ espressione di una forma
ancestrale di
essere e di radicarsi nel mondo. Il buen vivir
esprime, fa
riferimento e si accorda con le richieste di “decrescita” di
Latouche, di “convivialità” di Ivan Illich, di “ecologia profonda” di
Arnold
Naes. Il buen vivir raccoglie anche, fra le altre, le proposte
di
decolonizzazione di Aníbal Quijano, di
Boaventura de Souza
Santos, di Edgardo Lander. Il buen vivir è un
altro contributo dei
popoli indigeni di Abya Yala ai popoli del mondo e fa
parte del suo
lungo cammino nella lotta per la decolonizzazione della
vita, della
storia e del futuro.
E’ probabile che il Sumak Kawsay sia stato
occultato (o, ciò che è
peggio, convertito in studio culturale o di
settore), come lo fu (e lo è) il
concetto di Stato plurinazionale.
Ma, nella prosa del mondo, nella suo
apprezzamento dei colori variati
come quelli dell’ arcobaleno, nel suo
tessuto con le fibre della
condizione umana, questa parola, questa
nozione di buen vivir, ha
iniziato il suo cammino. Nei dibattiti sulla
nuova Costituzione
ecuadoriana, unitamente ai diritti della natura e dello
stato
Plurinazionale, ora il Sumak Kawsay è stato proposto come il
nuovo
dover-essere dello Stato Plurinazionale e della società interculturale.
E’ la prima volta che una nozione che esprime una pratica di
convivenza
ancestrale rispettosa della natura, delle società e degli
esseri umani,
ottiene la carta di riconoscimento nel dibattito
politico e si iscrive con
forza nell’ orizzonte delle possibilità
umane.
Pablo Dávalos,
economista e professore universitario
ecuadoriano.
Se il concetto del buen vivir è
stato ora
incluso nella nuova Costituzione ecuadoriana, dal canto suo già nel
2006 il presidente boliviano Evo Morales ha usato per la prima volta
questa
espressione in un documento ufficiale in cui invitava i suoi
colleghi
latinoamericani ad un vertice politico. Egli scriveva :
“La nostra integrazione è e deve
essere un'integrazione dei e per i
poveri. Il commercio, l'integrazione
energetica, l'infra-struttura e i
finanziamenti devono essere funzionali alla
soluzione dei più grandi
problemi della povertà e della distruzione della
natura nella nostra
regione. Non possiamo ridurre la Comunità sudamericana di
nazioni ad
un'associazione finalizzata a progettare autostrade o a concedere
crediti che finiscono per favorire essenzialmente i settori vincolati
al
mercato mondiale. La nostra meta deve essere quella di forgiare una
vera
integrazione per "ben vivere". Diciamo "ben vivere", perché
non
aspiriamo a vivere meglio degli altri. Noi non crediamo alla linea del
progresso e dello sviluppo illimitati a scapito dell'altro e della
natura.
Dobbiamo essere complementari e non in competizione. Dobbiamo
condividere e non
approfittarci del vicino. "Ben vivere" è pensare non
solo in termini
di reddito pro capite ma di identità culturale, di
comunità, di armonia tra di
noi e con la nostra madre terra.”
[1] Roberto
Espinoza ha partecipato alla manifestazione Terra
Futura del maggio scorso a
Firenze.
[2] Caoi,
Conaie, Sem terra,
zapatisti etc
[3] Per
un approfondimento del sumak kawsay vedi il
cap. ‘Difendere i saperi
vernacolari’ del libro America latina –
Movimenti sociali e popoli indigeni,
Roberto Massari e Fondazione Neno
Zanchetta editori.
Andrea Lorini
Associazione YAKU
Dalla povertà al potere
elisanicoli - Mar, 26/05/2009 - 21:19Esperto
a questo proposito segnalo il nuovo libro edito da Altreconomia "Dalla povertà al potere". ne ho letto solo l'introduzione e mi sembra un ottimo spunto per il dibattito. non nega la necessità della crescita, ma ne delimita il potere di riscattare il popolo dalla povertà.
http://www.altreconomia.it/site/ec_articolo_dettaglio.php?intId=75 (costa parecchio ahimè)
un saluto
elisa nicoli
Decrescita in Africa
Decrescita_Felice - Mar, 05/05/2009 - 15:40Esperto
Penso abbia senso parlare di Decrescita in Africa se fatto in un certo modo: ossia se si riesce a far capire che la soluzione ai "loro" problemi non sarebbe necessariamente la crescita economica, anzi. E che entrare a far parte dei meccanismi economici occidentali sta evidentemente creando ancora più problemi, ai Paesi africani e non solo.
In ogni caso ci vuole sempre un grande tatto, perchè come diceva (più o meno, ora non ricordo) il vignettista Andy Riley tempo fa sull'inglese "Obsever", - Non c'è niente di più irritante che sentirsi dire quanto sia importante rallentare, quando non si è mai potuto accelerare -.
Ciao,
Andrea Bertaglio